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Raffaella Gherardi: Roberto Ruffilli – riforme istituzionali per una democrazia del „cittadino come arbitro”

Trent’anni fa, il 16 aprile 1988, le Brigate rosse assassinavano, nella sua casa di Forlì, Roberto Ruffilli[1], Professore della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, allora Senatore del partito della Democrazia Cristiana e membro della „Commissione parlamentare Bozzi”, incaricata di mettere a punto un progetto per attuare riforme istituzionali, rese più che mai urgenti dalla crisi politica di quegli anni. Il comunicato che venne fatto successivamente ritrovare, in cui veniva rivendicata, da parte del gruppo terroristico la responsabilità della sua uccisione, si apriva con affermazioni che ancora oggi fanno impressione nella loro spietata lucidità: vi si affermava infatti di aver „giustiziato” Roberto Ruffilli quale „uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento” e di un progetto che aspirava ad aprire una nuova fase costituente e la riformulazione delle regole del gioco, nell’ambito di un processo di razionalizzazione dei poteri dello Stato. Inoltre, l’accusa che più sembrava grave ai suoi assassini, era quella secondo la quale Ruffilli aveva saputo „concretamente ricucire”, intorno a questo progetto, „tutto l’arco delle forze politiche”, comprese le „opposizioni istituzionali”. Ecco disegnato il profilo dell’uomo che le Brigate rosse avevano individuato come nemico da colpire a morte: Ruffilli come esponente delle riforme e del rinnovamento, capace di chiamare a raccolta, senza pregiudiziali e preconcetti, forze politiche diverse sul tema di un confronto aperto in una prospettiva riformatrice, nel segno dei nuovi compiti spettanti allo Stato e alle istituzioni nel loro complesso. Ė insomma la sua figura di uomo delle riforme e del rinnovamento che si volle uccidere, insieme con la possibilità che le diverse forze politiche potessero davvero costruire un dialogo nell’ottica delle riforme.

Storico delle istituzioni, studioso delle trasformazioni dello Stato e dei problemi che caratterizzano particolarmente la storia italiana contemporanea, (nel percorso che conduce dall’Italia liberale all’Italia repubblicana fino alle più urgenti questioni del presente), non c’è soluzione di continuità nella figura di Ruffilli fra l’approfondimento dell’analisi storica e il suo impegno per una politica che deve mostrarsi in grado di fare i conti con i problemi del presente, primo fra tutti la vischiosità del sistema politico italiano, nella sua incapacità di dar corpo a un modello di democrazia compiuta, indirizzato a lasciarsi alle spalle vecchie rendite di posizione e paralizzanti veti incrociati da parte di partiti e forze politiche.

Quando Ruffilli fu assassinato, egli aveva da poco dato alle stampe il suo ultimo volume, frutto del suo impegno politico-istituzionale, dal titolo Il cittadino come arbitro, volume che aveva curato insieme con Piero Alberto Capotosti e che uscì postumo per le edizioni Arel-Il Mulino; il volume venne poi presentato a Roma il 1° giugno 1988 dal coautore e da noti esponenti del mondo della politica e della cultura, che ne sottolinearono immediatamente la rilevanza, sotto differenti punti di vista, relativamente alle più importanti questioni istituzionali in quegli anni al centro del dibattito politico (l’istituzione della Commissione Bozzi per le riforme istituzionali è del 1983)[2]. Già nel 1987, sempre nella collana Arel-il Mulino, Ruffilli aveva pubblicato, ancora una volta in tema di riforme istituzionali, un altro importante volume dal titolo Materiali per la riforma elettorale.

L’impegno scientifico e di studioso di Ruffilli e il suo ruolo a favore di una politica delle riforme da attuare in Italia, venivano dunque paradossalmente posti in risalto dai terroristi quali moventi-chiave del suo assassinio e ciò colpì profondamente in particolare tutti coloro che conoscevano i suoi importanti studi su temi quali le autonomie locali, il ruolo dei partiti, le regole della Stato di diritto e della democrazia dall’Italia liberale all’Italia repubblicana. Le ragioni della scienza erano in Ruffilli molto profonde: la sua non era certo la scienza-vernice degli odierni salotti delle televisioni pubbliche e private, degli improvvisati commentatori tuttologi-nuovi imbonitori del pubblico televisivo che sono chiamati a dare pareri e ricette su qualsiasi cosa, non si sa bene per quale specie di scienza globale infusa di cui sarebbero portatori…..Dal suo denso curriculum di ricerca ricordo ora soltanto tre opere[3] che, (negli anni precedenti il suo impegno scientifico-politico orientato all’analisi delle istituzioni contemporanee), sono significative del largo spettro degli studi di Ruffilli e del suo interesse per le istituzioni:

1) R.Ruffilli, La questione regionale in Italia (1862-1942) (Milano, Giuffré, 1971))

2) R.Ruffilli (a cura di), Cultura politica e partiti nell’età della Costituente (Bologna,Il Mulino, 1979)

3) R.Ruffilli (a cura di), Crisi dello Stato e storiografia contemporanea (Bologna, Il Mulino, 1980)

Dal semplice richiamo ai titoli appena elencati risulta chiaramente l’ampio ambito di ricerca sulle istituzioni che viene toccato nelle opere relative, dall’Italia liberale all’Italia repubblicana ai problemi della trasformazione dello Stato contemporaneo.

 A ragione, oramai dieci anni fa, Maria Serena Piretti, già docente di storia contemporanea nell’Ateneo bolognese e allieva di Ruffilli, aveva scelto di intitolare il libro dedicato alla sua figura di studioso e di uomo politico: Roberto Ruffilli: una vita per le riforme (Bologna, Il Mulino, 2008). Il volume in oggetto rappresenta un punto di riferimento importante per chi voglia comprendere le motivazioni che portarono Ruffilli a passare dalle aule di Palazzo Hercolani (sede della facoltà di Scienze Politiche di Bologna) a quelle a Roma di Palazzo Madama (sede del Senato della Repubblica italiana), le ragioni del suo diretto impegno in politica e la sua instancabile attività parlamentare, il lavoro da lui svolto all’interno della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali (Commissione Bozzi) e gli indirizzi ivi perseguiti. Piretti mette opportunamente in evidenza come, anche nell’impegno politico appena richiamato, emerga in Ruffilli come la sua formazione di storico sia del tutto fusa con la passione politica che lo anima: egli rifiuta facili ricette contingenti per misurarsi invece in profondità con la ricerca delle cause della attuale crisi politico-istituzionale e delle sue radici, al fine di una più attenta comprensione del presente[4]. E vale davvero la pena ripartire ora proprio dalla vita per le riforme di Roberto Ruffilli, dal suo impegno scientifico e politico alto, per tentare di capire da vicino non solo i lineamenti fondamentali che egli ha indicato sulla via delle riforme istituzionali, ma, più in generale, per interrogarsi se e in che misura essi siano stati concretamente applicati o possano ancor oggi fornire utili elementi di riflessione.

Nell’ottica appena richiamata e rilanciando con un punto interrogativo finale il tema de Il cittadino come arbitro, il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, già nell’ aprile 2013, a venticinque anni dal suo assassinio, aveva organizzato una tavola rotonda in memoria di Roberto Ruffilli, tavola rotonda che aveva posto agli studiosi che vi avevano preso parte i problemi sopra indicati[5]. Del resto la citazione stessa, tratta dal volume Il cittadino come arbitro e posta dagli organizzatori in testa all’invito stampato in tale occasione, suonava già di per sé efficace per tracciare una linea di continuità fra passato e presente, e per innescare la discussione sull’oggi, tanto più in considerazione dei risultati delle elezioni politiche del febbraio 2013 e della situazione di stallo immediatamente creatasi anche relativamente alle difficoltà di immaginare una possibile coalizione di governo (e per di più in presenza del grande successo elettorale di una nuova forza politica, il Movimento 5 Stelle, fortemente critica nei confronti dei meccanismi tradizionali della rappresentanza politica e che aveva fatto del richiamo alla democrazia diretta la sua bandiera) : «Siamo in presenza – scriveva venticinque anni prima Ruffilli e questa frase veniva specificamente richiamata ora – di un rifiuto di vecchie e di nuove regole concordate per la formazione e il funzionamento della coalizione di governo, con la messa in contrapposizione anche della democrazia diretta e referendaria con la democrazia rappresentativa e parlamentare.»

La sfida implicita nell’affermazione appena richiamata, che già in sé sembrava portare alla ribalta una assoluta continuità fra problemi della scena politica italiana di ieri e di oggi, doveva risultare ancora più forte e accentuata in considerazione della data (15 aprile) in cui si era tenuto il dibattito in memoria di Ruffilli, in un momento cioè in cui solo pochi giorni prima (12 aprile) erano state rese pubbliche le Relazioni finali[6] dei due gruppi di lavoro (formati da esperti e parlamentari che i media immediatamente indicarono come «i saggi») istituiti il 30 marzo dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e rispettivamente incaricati di stendere due distinti rapporti sugli ambiti di intervento più urgenti per la politica italiana, e specificamente l’uno sui temi politico-istituzionali e l’altro sui temi economico-sociali ed europei. Per una fortùita coincidenza di date fra due eventi diversi (tavola rotonda in memoria di Ruffilli e pubblicazione delle Relazioni suddette) il filo rosso del dibattito fra i partecipanti alla tavola rotonda del 15 aprile fu specificamente orientato al confronto fra ieri (a partire dalla eredità ideale di Ruffilli e dalle indicazioni della Commissione Bozzi) e oggi (gruppo di lavoro dei «saggi») in materia di riforme istituzionali in Italia, per disegnare un complesso e faticoso itinerario destinato periodicamente a riaffiorare con particolare intensità soprattutto nei momenti di più acuta crisi politica e sociale e spesso destinato ad andare incontro ad altrettanto rapidi naufragi dal punto di vista delle riforme effettivamente realizzate. Inoltre la Relazione finale del gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali rappresentava un documento interessante sia per un confronto fra le proposte di riforma istituzionale di ieri e di oggi[7] sia perché alcune affermazioni generali sembravano richiamare da vicino temi quanto mai cari a Ruffilli quali, per esempio, la necessità per una democrazia compiuta di costruire forme adeguate di partecipazione dei cittadini alla vita politica e di garanzia ed efficienza del sistema politico e dei valori dell’etica pubblica[8]. Al di là dei differenti aspetti, problemi e urgenze del riformismo (o mancato riformismo…) italiano in tema di istituzioni, ieri e oggi, messi in luce dai singoli partecipanti alla tavola rotonda bolognese, unanime fu comunque il riconoscimento della grande attualità della lezione ruffilliana in tema di istituzioni e di quanto fosse ancora utile che essa potesse auspicabilmente essere rimeditata sia nelle sfere della politica e dell’analisi scientifica che a livello di opinione pubblica.

 A rilanciare le tematiche a carattere istituzionale sulle quali Ruffilli aveva posto l’accento, un significativo contributo era stato dato, nella stessa ricorrenza del 25.o del suo assassinio, dalla iniziativa di AREL (Agenzia di ricerche e legislazione), di ripubblicare, sotto il titolo La Repubblica degli arbitri. Omaggio a Roberto Ruffilli, (Roma, 2013) una selezione di suoi scritti, tratti dai volumi da lui dedicati alle riforme istituzionali (dai Materiali per la riforma elettorale e da Il cittadino come arbitro). Arricchito di una Introduzione di Filippo Andreatta, di un saggio di Maria Serena Piretti su Il disegno politico di Roberto Ruffilli e di una densa nota di Francesco Raschi (Excursus storico-politico negli anni Ottanta: dalla fine della solidarietà nazionale al Caf), volta a dare le specifiche coordinate degli eventi storici e politici degli anni Ottanta che servono a contestualizzare il percorso dello stesso Ruffilli, il volume in oggetto rappresenta un valido e agile strumento per ripensarne gli insegnamenti alla luce di problemi politico-istituzionali antichi e nuovi[9]. L’ attualità delle considerazioni svolte da Ruffilli e di molte delle linee di riforma da lui indicate per quanto concerne le istituzioni, successivamente largamente disattese e rimaste sulla carta da parte di una classe politica che non è stata in grado di farne tesoro, balza agli occhi anche a una semplice e immediata lettura degli scritti riportati ne La Repubblica degli arbitri. Già i brani selezionati da Il cittadino come arbitro rappresentano, nel loro insieme, un vero e proprio manifesto dei princìpi ispiratori del riformismo istituzionale di Ruffilli e anche delle preoccupazioni che egli nutre nei confronti delle possibili derive della società e della democrazia contemporanea. Fin dalla Introduzione egli pone in risalto tutta la complessità del processo di riforma che occorre portare avanti, il quale ultimo non può risolversi in meri meccanismi di una «ingegneria istituzionale fine a se stessa», magari facente anche perno su «semplificazioni unilaterali e controproducenti»; nemmeno si deve nascondere la «difficoltà per tutti della composizione degli interessi particolari con l’interesse generale». La parte conclusiva della Introduzione in oggetto chiama in causa con forza questi problemi facendo risaltare la responsabilità di cui ora sono chiamati a darsi carico sia i partiti di governo che i partiti di opposizione, se vogliono essi stessi recuperare la loro piena legittimazione di fronte ai cittadini, dimostrando la loro effettiva capacità di fare le riforme. La posta in gioco è altissima e viene ampiamente messa in risalto da Ruffilli laddove sottolinea la «necessità di fare presto e di rafforzare il processo riformatore, per ovviare ai fenomeni crescenti di disaffezione e di distacco dei cittadini nei confronti della politica, bloccando il logoramento delle conquiste della democrazia repubblicana, specie a proposito della partecipazione popolare all’esercizio del potere». Partiti di governo e di opposizione devono dunque «corrispondere alle attese dei cittadini per riforme che eliminino occupazioni abusive dello Stato e della società e che potenzino una governabilità dei „rami bassi” e dei „rami alti” senza metterne in discussione i „rami altissimi”: quelli dei princìpi fondanti della Costituzione.» In tale prospettiva appare anche «decisivo un coinvolgimento sempre maggiore dell’opinione pubblica, in modo da superare immotivate resistenze ed ingiustificabili diritti di veto, ovviando ad abbandoni al qualunquismo ed alla delega plebiscitaria».

Le righe conclusive della Introduzione a Il cittadino come arbitro, lette oggi, in considerazione di ciò che non seguirà in Italia, suonano davvero come il naufragio, negli anni successivi, di una speranza progettuale che Ruffilli aveva e che esprimeva a nome del suo partito, chiamando tutti, (partiti, istituzioni, cittadini), a fare la loro parte, invitando innanzitutto a trovare punti di accordo fra forze di governo e di opposizione su priorità e modalità complessive del processo riformatore, ricercando il consenso dei cittadini e chiarendo anche le responsabilità precise di chi si erge a ostacolo delle riforme. Era effettivamente, la sua, una speranza progettuale che prevedeva il superamento della «prospettiva di una riforma subordinata alla politica dei soli rapporti di forza e delle sole battaglie di schieramento» e la rinuncia ad accarezzare l’idea di «riforme partigiane», volte ad avvantaggiare partiti o istituzioni a scapito di altre; per contro, tutti i partiti e tutte le istituzioni avrebbero dovuto essere in grado «di fare la propria parte al servizio dei cittadini», nel segno della Costituzione e della Repubblica come «casa comune»della società italiana e a difesa, salvaguardia e sviluppo della democrazia. «La riforma – tiene a mettere bene in evidenza Ruffilli – viene configurata come un processo che deve toccare tutti e tre i termini del rapporto fondante della nostra democrazia: partiti, istituzioni, cittadini, e che deve mettere in grado ognuno di essi di svolgere nel modo dovuto i propri compiti, con gli adeguati controlli reciproci. L’obiettivo è di far valere effettivamente per ciascuno il nesso consenso-potere-responsabilità, introducendo nella vita politica ed istituzionale regole, norme e convenzioni efficaci.»[10]

La lungimiranza di Ruffilli si palesa sia nell’individuare le debolezze della nostra Repubblica dei partiti e la trasformazione di questi ultimi, negli anni Ottanta, in catch-all-parties, gestiti da professionisti della politica (il cui impegno essenziale sta in una ricerca del consenso basato sul soddisfacimento del maggior numero di interessi particolari e sull’utilizzo delle potenzialità dei mass media), sia nell’avanzare proposte che ancora oggi sono all’ordine del giorno (quali, per esempio, il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dell’esecutivo). Anche relativamente al problema cruciale della riforma elettorale, la cui urgenza è ancora oggi sotto gli occhi di tutti, Ruffilli dimostra di considerare correttamente il sistema elettorale quale parte fondamentale di un insieme da cui non può essere avulso, così come non lo può essere dalla storia politica del paese; inoltre i fatti che si sono succeduti in anni recenti e recentissimi (compresi i risultati delle elezioni del marzo 2018, e dello stallo verificatosi anche a seguito della ultima infelice riforma elettorale) sembrano ulteriormente avvalorare le sue proposte e ribadire le criticità da lui messe in evidenza.

Ma la frattura che si sta sempre più acuendo fra il cittadino e lo Stato, fra il cittadino e le istituzioni nel loro insieme, deve essere risanata facendo leva su un progetto di riforma che veda il cittadino come perno della nuova progettualità in campo, per acquisire la sua funzione essenziale di arbitro della politica. Occorre chiedersi, a tale proposito, a quale cittadino pensi Ruffilli. Dai suoi scritti e dai suoi interventi risulta chiaro come il suo cittadino non sia soltanto arbitro asettico e neutrale fra giocatori altri e lontani; è invece un cittadino per il quale la partecipazione deve divenire sempre e comunque la dimensione di fondo (di qui, per esempio, il suo interesse per le istituzioni locali). Tale partecipazione, secondo Ruffilli, non si dà una volta per tutte (come sottolinea in alcuni scritti a proposito del venir meno dei movimenti partecipativi dei primi anni Settanta), ma va costruita e curata, dato che richiede grande impegno (e anche, a suo avviso, capacità di andare oltre una concezione solipsistica di se stessi e degli interessi di parte).

 E l’ eredità ideale di Ruffilli, gli elementi fondanti del suo riformismo, (che egli vorrebbe «graduale ed organico al tempo stesso» e con il «coinvolgimento di tutte le forze politiche disponibili nella ricerca degli accordi in Parlamento»), insieme con la lucida consapevolezza degli ostacoli che esso incontra, risaltano con particolare intensità in uno dei suoi ultimi scritti dal titolo 1988: nuove spinte e vecchi ostacoli al processo di riforma istituzionale. Fra i principali ostacoli in questione ci sono le differenti prospettive dei sostenitori di «grandi semplificazioni» e, per contro, di «piccoli aggiustamenti», posizioni opposte ma che poi finiscono spesso per coincidere nei risultati, nell’obiettivo comune e finale di potenziare il ruolo attuale dei singoli partiti, smantellando, se possibile, quello altrui[11]. I limiti e le difficoltà che accompagnano in Italia la necessità di costruire una «democrazia matura», la insoddisfazione di settori sempre più ampi per la inefficienza e le scorrettezze dei pubblici poteri e la contestazione del ruolo dei partiti e della delega ad essi affidata, vengono attentamente passati in esame da Ruffilli, nel contesto più generale della crisi e trasformazione della rappresentanza nelle democrazie occidentali. I rischi che stanno in agguato anche in nuove forme di «democrazia immediata», più apparenti che reali, e che non promuovono affatto la partecipazione del cittadino-attore e non semplice spettatore della politica, vengono descritti con grande efficacia (e significato, soprattutto per noi oggi che abbiamo visto e vediamo in atto fenomeni che potrebbero essere facilmente ascritti alle considerazioni che seguono) e suonano tuttora a monito per il presente:

«Viene ad incidere anche da noi la pressione per il ridimensionamento di una „democrazia mediata” dai partiti, a favore di una „democrazia immediata”, che aumenti la possibilità di decisione effettiva da parte dei cittadini. Anche se poi non manca di farsi sentire la propensione verso forme di „democrazia plebiscitaria”, con la disponibilità a forme di delega a personalità e istituzioni più o meno carismatiche. A queste si viene a chiedere, da una parte, l’eliminazione di tutte le disfunzioni e, dall’altra, il mantenimento dei vantaggi settoriali e corporativi. Si precisa così una specie di circolo vizioso, che vede l’opinione pubblica e i cittadini contestare i limiti della delega concessa ai partiti e l’uso incontrollato da parte loro della stessa, e puntare al tempo stesso all’attribuzione di deleghe ancora più ampie a soggetti politici istituzionali ancor meno controllabili. Tutto questo comunque trae alimento anche da forme più o meno consapevoli di rifiuto della „complessità” della democrazia pluralista, dovute pure alla mancata responsabilizzazione dei cittadini nella scelta di governanti da loro controllati effettivamente rispetto ai risultati. Di qui il favore per le prospettive di una grande semplificazione della democrazia della rappresentanza e dei partiti, che ponga termine all’occupazione e alla presenza capillare di questi nella vita dello Stato e della società. Ma tale prospettiva apre la strada sostanzialmente all’alternarsi di „movimentismo” e di „delega plebiscitaria”. E l’effetto non può che essere il ridimensionamento delle possibilità di concreta partecipazione, alla base e al vertice, offerte dal pluralismo sviluppatosi nella nostra democrazia, pur in mezzo a tanti squilibri, nonché la riduzione della possibilità di un controllo reciproco tra i poteri, a garanzia di una limitazione degli stessi a favore dell’autorealizzazione individuale e collettiva.»

Nella parte conclusiva dell’intervento da cui sono tratte le considerazioni appena riportate, Ruffilli non si stanca di ribadire che le forze politiche debbono ora «passare dalle parole ai fatti» e «accelerare la conclusione in Parlamento del lavoro comune di impostazione del processo riformatore», assumendosi le proprie responsabilità «di fronte ad un paese sempre più critico, e a ragione»[12]. Si tratta di esorcizzare la strategia dei veti incrociati, per far prevalere invece la logica di un confronto leale fra le forze politiche stesse e di fronte all’opinione pubblica. La sfida di un possibile e ragionevole compromesso viene apertamente e chiaramente lanciata da Ruffilli:

«Bisogna impegnarsi in definitiva nella sfida per costringere le forze politiche a esplicitare la portata effettiva dell’apertura a una ricerca comune di „compromessi ragionevoli” sulle priorità e le scadenze che consentano di dare gradualità e organicità al processo riformatore, con la garanzia del blocco di ogni manovra strumentale e prevaricatrice.»

Non è la politica della mediazione a tutti i costi che Ruffilli persegue; il compromesso che egli invoca ha invece a che fare con la consapevolezza piena che per attuare le riforme sia necessario l’apporto di tutti e un serrato confronto fra portatori di progetti diversi, alla ricerca di un possibile approdo comune dopo aver approfondito i contrasti esistenti.

Assai di recente, nel corso della tavola rotonda in ricordo di Roberto Ruffilli, organizzata a trent’anni dal suo assassinio dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, e dedicata al tema Democrazia governante e Costituzione[13], studiosi appartenenti a settori scientifici diversi ribadiranno significativamente, proprio nell’anno che segna anche il settantesimo compleanno della Costituzione italiana (1948), quanto i fari-guida della democrazia e della Costituzione repubblicana siano importanti nella sua riflessione teorica e politica e nelle proposte che egli avanza. Il tema della democrazia di governo poi, risalterà tanto più vivo a seguito delle elezioni politiche di inizio marzo 2018 e della situazione di assoluto immobilismo in cui, a distanza di più di un mese da queste ultime, l’Italia sembra precipitata per risultati elettorali che non configurano maggioranze definite e anzi prevedono le tre forze politiche di maggior peso (Movimento 5 stelle, Coalizione di Centro-Destra, Partito democratico) come fortemente oppositive tra di loro, dopo una campagna elettorale fatta senza esclusione di colpi e di fortissima delegittimazione reciproca.

La lezione di rispetto reciproco e tolleranza fra i diversi attori politici, cui si ispirava l’indirizzo politico/scientifico/morale di Roberto Ruffilli sembra apparire dunque largamente compromessa dalla storia di un paese, il suo, che, nei decenni che ci separano dalla sua morte, non ha saputo farne tesoro, così come non ha saputo attuare una politica progettuale di riforme istituzionali condivise, idonee ad affrontare la crisi dei partiti quali canali della partecipazione dei cittadini.

Da ultimo un illuminante articolo di Lorenzo Ornaghi e Luigi Gianniti, dal suggestivo e già di per sé emblematico titolo, Ruffilli e le riforme, „un deserto dei tartari”[14], pone l’accento sulla costante preoccupazione di Ruffilli nei confronti della capacità della democrazia italiana di mantenersi vitale, di fronte alla crisi del sistema dei partiti e a processi di „entropia” all’interno di quest’ultimo, di pericolose „chiusure oligarchiche” e di „personalizzazione del potere” dai possibili sbocchi plebiscitari incontrollabili, temi tutti che conducono al centro dell’odierno presente, di fronte al quale molte delle sfide lanciate da Ruffilli appaiono ancora largamente inevase e continuano a rappresentare un potente stimolo per una discussione a tutto campo a proposito della politica attuale. Di qui l’utilità di una riflessione alta sulla complessità di una democrazia pluralista, rilanciando anche per il presente di questo avanzato secondo decennio del XXI secolo, l’invito di Ruffilli a «fare dei cittadini l’alfa e l’omega di una democrazia sempre più trasparente ed efficiente»[15]. Certo le condizioni interne e internazionali, in base alle quali Ruffilli scriveva, sono incomparabilmente diverse oggi, rispetto agli anni in cui egli pensava al suo cittadino-arbitro del sistema, tanto più in forza del fatto che le sue riflessioni si pongono al di qua della profonda rivoluzione tecnologica che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni. Quel che è certo però è che senza alcun dubbio egli non avrebbe mai confuso il suo cittadino responsabile e in grado di esercitare una effettiva partecipazione, con qualcuno che, di fronte alla tastiera di un computer, di un tablet o di un cellulare, sa semplicemente esprimere messaggi di „mi piace” o meno di qualsiasi specie. Né avrebbe potuto scambiare la comunicazione via tweet dei politici attuali come ristabilimento di un circuito virtuoso di interazione possibile tra governanti e governati.

Raffaella Gherardi
Professore ordinario di „Storia delle dottrine politiche”
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Università di Bologna

[1] Roberto Ruffilli nasce nel 1937 a Forlì in una modesta famiglia operaia. Frequenta l’Università Cattolica di Milano, grazie ad un premio di studio. Si laurea con Gianfranco Miglio e continua a studiare, sempre a Milano, presso l’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica. Successivamente insegna all’Università di Sassari Scienza dell’amministrazione pubblica. Nel 1971 viene chiamato all’Università di Bologna dove insegna prima Storia dei movimenti e partiti politici e poi Storia contemporanea. Nel 1987 passa alla cattedra di Storia delle istituzioni politiche. Sull’importanza del riferimento da parte di Ruffilli, sotto il profilo politico, all’opera e alla riflessione di un grande statista della Democrazia cristiana come Aldo Moro, (anche lui assassinato dieci anni prima, nel 1978, dalle Brigate rosse), cfr.P.Castagnetti, Aldo Moro e Roberto Ruffilli, cattolici e politici liberi, in «AREL. La rivista», I/2018, pp. 91-96.
[2] Alla presentazione intervennero intellettuali e politici di primo piano quali Beniamino Andreatta, Pietro Scoppola, Leopoldo Elia, Gino Giugni, Nicolò Lipari, Giovanni Ferrara, Gianfranco Pasquino, Salvo Andò (cfr. 25° anniversario della morte di Roberto Ruffilli, assassinato dalle Brigate Rosse il 16 aprile 1988, in «AREL. la rivista», n. 3, 2012, p. 182.)
[3] I più importanti scritti di Ruffilli sono stati pubblicati, dopo la sua morte, in tre grossi volumi, editi da II Mulino (Bologna, 1989-1991), sotto il titolo complessivo: Istituzioni, Società, Stato. I sottotitoli dei singoli volumi appena richiamati e qui di seguito riportati danno già la misura dell’ampio arco degli interessi di Ruffilli: vol. I, Il ruolo delle istituzioni amministrative nella formazione dello Stato in Italia; vol. II, Nascita e crisi dello Stato moderno: ideologie e istituzioni; vol. III, Le trasformazioni della democrazia dalla Costituente alla progettazione delle riforme istituzionali.
[4] Un costituzionalista importante come Leopoldo Elia sottolineò in un’intervista, rilasciata al TG1 della RAI, immediatamente dopo l’assassinio di Ruffilli, che gli studi storici non rappresentano per lui soltanto una specializzazione accademica, poiché essi sono rilevantissimi «per comprendere la sua mentalità e il modo di avvicinarsi alla politica per lo Stato».
[5] Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Il cittadino come arbitro? In memoria di Roberto Ruffilli. A venticinque anni dal suo assassinio. La tavola rotonda ha avuto luogo il 15 aprile 2013, e vi sono intervenuti: Augusto Barbera, Piero Alberto Capotosti, Carlo Fusaro, Raffaella Gherardi, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino, Paolo Pombeni. Occorre specificare che Augusto Barbera e Gianfranco Pasquino, colleghi di Università di Ruffilli a Bologna, nella stessa Facoltà di Scienze Politiche, avevano entrambi, insieme a lui, fatto parte della Commissione Bozzi e sui lavori e i risultati di quest’ultima e sul contributo di Ruffilli alla stessa Commissione essi hanno quindi avuto modo di riferire da diretti protagonisti, oltre che nella loro veste di studiosi, anche nel corso della tavola rotonda. L’intervento conclusivo della tavola rotonda è stato affidato a Piero Alberto Capotosti, coautore, insieme con Ruffilli de Il cittadino come arbitro.
[6] Al punto 1 della Premessa alla Relazione finale del gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali si legge: «Il Presidente della Repubblica ha istituito il 30 marzo 2013 due Gruppi di lavoro con il compito di proporre, attraverso due distinti Rapporti, misure dirette ad affrontare tanto la crisi economica quanto la crisi del sistema istituzionale. Ai due Gruppi di lavoro è stato assegnato il compito di misurare sulle questioni affrontate i livelli di convergenza e i punti di divergenza tra i componenti del Gruppo di lavoro al fine di facilitare un ampio consenso tra le forze politiche presenti in Parlamento.»
[7] E nel suo intervento Augusto Barbera aveva anche messo in rilievo come alcune specifiche indicazioni date dalla Commissione Bozzi venissero fatte proprie dall’attuale Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali. Quest’ultimo, nella Relazione finale, suddivide in sei capitoli le sue proposte: 1)Diritti dei cittadini e partecipazione democratica; 2) Del metodo per le riforme costituzionali; 3) Parlamento e Governo; 4) Rapporto Stato-Regioni; 5) Amministrazione della Giustizia; 6) Regole per l’attività politica e il suo finanziamento.
[8] Al punto 3 della Premessa alla Relazione finale del gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali si affermava: «L’Italia ha bisogno di riforme in grado di ravvivare la partecipazione democratica, di assicurare efficienza e stabilità al sistema politico e di rafforzare l’etica pubblica: principi e valori che costituiscono il tessuto connettivo di ogni democrazia moderna e ingredienti del suo successo nella competizione globale. Le proposte contenute nel rapporto possono concorrere a migliorare il funzionamento della nostra democrazia contribuendo ad attivare i processi di crescita economica e sviluppo sociale.» Il primo capitolo della Relazione in oggetto, dal titolo Diritti dei cittadini e partecipazione democratica, sottolinea immediatamente, in apertura: «Il potenziamento dei diritti dei cittadini e la partecipazione democratica costituisce un pilastro fondamentale per rinnovare la democrazia e la vita pubblica.»
[9] Occorre ricordare che nel giugno 2013 fu varata una nuova Commissione per le riforme costituzionali, formata da esperti («saggi») designati dall’allora Presidente del Consiglio, Enrico Letta.
[10] Questa affermazione è tratta dalla prima pagina del primo paragrafo della Introduzione a Il cittadino come arbitro.
[11] «Così, da una parte, – spiega Ruffilli – c’è chi sostiene la necessità di “grandi semplificazioni”, per superare il fallimento e comunque la crisi endemica di una Repubblica e di una Costituzione stravolte dalla partitocrazia ed incapaci oramai di adeguarsi allo sviluppo della società italiana. Dall’altra parte, si sostiene invece l’opportunità di procedere solo a “piccoli aggiustamenti” nell’ambito dell’attuazione della Costituzione e di una limitata razionalizzazione degli equilibri politico-istituzionali con essa realizzati. Nell’una e nell’altra posizione si fanno sentire calcoli a favore del singolo partito, in vista del potenziamento del suo ruolo attuale e dello smantellamento di quello altrui.»
[12] Con queste parole Ruffilli conclude questo lavoro. Poco prima Ruffilli aveva sottolineato la opportunità « di prendere le mosse dalle “riforme preliminari”: da quelle, cioè, in grado di porre in essere lo strumento per l’accelerazione delle stesse. È questo il caso anzitutto della riforma del Parlamento. Essa comporta la modifica dei regolamenti e la revisione del bicameralismo e l’avvio della delegificazione quale via per consolidare un rapporto dialettico tra funzioni proprie della maggioranza e dell’opposizione, e in generale fra quelle di indirizzo e di controllo del Legislativo e quelle di direzione e di coordinamento dell’Esecutivo, mettendo in condizione tutti di dare il proprio apporto al meglio per ulteriori grandi leggi di riforma. Su questa base può poi essere messa in cantiere la riforma del Governo, nonché la riforma delle autonomie locali, resa sempre urgente anche da un aggravarsi della instabilità degli Esecutivi e delle inefficienze e delle scorrettezze nella gestione, sempre meno tollerate dai cittadini.»
[13] Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Democrazia governante e Costituzione. In ricordo di Roberto Ruffilli a trent’anni dal suo assassinio, 13 aprile 2018. Alla tavola rotonda, coordinata da Raffaella Gherardi, hanno preso parte: Enzo Balboni, Ugo De Siervo, Angelo Panebianco, Pierangelo Schiera.
[14] Cfr. L.Ornaghi e L. Gianniti, Ruffilli e le riforme, “un deserto dei tartari”, in «Vita e Pensiero», n.1, gennaio-febbraio 2018, pp. 60- 71. La prima parte del lavoro, di cui è autore Ornaghi, porta il sottotitolo Il realismo cristiano necessario alla democrazia (pp. 60- 65), la seconda parte, di cui è autore Gianniti, ha il titolo Una riforma, un sogno (ancora) possibile (pp. 65-71).
[15] Così Roberto Ruffilli chiudeva l’ultimo suo scritto, L’alfa e l’omega (1988) e tale affermazione viene riportata in apertura del sopra citato contributo di Gianniti.

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